Città inclusive o esclusive? Riflessioni in corso dal dibattito “Città a misura d’uomo o del capitale?”

28 maggio 2018

di Cinzia Di Fenza

Cosa sta accadendo alle città e nelle città? Come e perché le trasformazioni in corso ovunque intorno a noi – trasformazioni spesso anche esteticamente gradevoli – nascondono un’idea di città e di spazio urbano che non è più pubblico, in nessun senso?

Una città dove il concetto di “spazio pubblico” è sempre più collegato a consumare e a spendere e a quanto puoi pagare. Tavolini al posto di panchine, ma anche panchine che si trasformano per non dare accoglienza ai poveri, luoghi dove spendere, consumare, soprattutto destinati al cibo (oops, food) h/24, che invadono strade, piazze, vicoli, in centro, ma anche altrove, dando vita a spazi sempre più connotati esteticamente, socialmente ed accomunati dal consumo in senso lato, cui si finiscono molto spesso ormai per accompagnarsi, quasi specularmente, diseguaglianze crescenti in termini di accesso alla città ed ai suoi servizi. Questo mentre i conflitti sociali che magari talvolta caratterizzavano quel luogo, spazio, quartiere, area, restano, ma nascosti agli occhi dei più e quasi rimpiazzati da un ambiente che appare esteticamente piacevole, (ri)pulito, ordinato, glamour (e sempre più omologati…).

A partire da questo interrogativo iniziale, ampio e carico di connessioni, ha voluto prendere le mosse un incontro pubblico (a Roma l’11 maggio) ed un progetto in progress, Città a misura d’uomo o del capitale?”, che, come Associazione Oltre La crescita, abbiamo voluto realizzare.

Roma, Torino, Firenze, Barcellona, Marsiglia, Lisbona, ma anche Istanbul o Sarajevo, ecc… Pur nelle differenze esistenti negli approcci, nelle politiche complessive e nell’impatto sociale di queste trasformazioni, c’è un filo comune che in questi ultimi anni ormai lega e contrassegna le città (non solo le grandi) in Europa e nel mondo. Affrontare il tema delle città oggi significa toccare il cuore pulsante di tutte le molteplici forme attraverso cui una certa idea di “sviluppo”, di crescita e di società, sta ormai consolidandosi e dando la sua impronta al futuro prossimo.

L’idea è nata quindi ed ha subito trovato le parole per esprimere l’esigenza di ritornare ancora ad illuminare (avevamo già affrontato il tema in altre iniziative nel 2015 e 2016) una questione, un tema, un problema che negli ultimi anni sta assumendo un significato ed una portata enorme, per le implicazioni e le conseguenze ma soprattutto per le relazioni strette con il sistema economico, il modello di sviluppo e di società che le politiche neoliberiste ed un capitalismo sempre più rapace e pervasivo, stanno disegnando e consolidando a livello locale e globale. Quei processi che attraversano le città  e passano ormai sotto il nome di gentrification. Ed è questa la chiave di lettura che forse centra in modo più ampio questa relazione, riconnettendosi naturalmente anche alla questione del diritto alla città.

Processi in corso, quelli riconducibili o connessi in larga parte alla gentrificazione che possono essere letti, nella cornice richiamata, come l’insieme di quelle trasformazioni dei nostri spazi urbani in atto ovunque che, oggi, sembrano rappresentare in modo sempre più evidente – se si ha la capacità e soprattutto la volontà di guardare anche oltre la superfice e l’estetica (cioè appunto il volto piacevole) che le caratterizza – come l’espressione di quel processo di spoliazione in atto, da parte del capitale, del ruolo e della funzione delle Città e della sua trasformazione quasi in un’impresa. Selettiva, escludente, dove abitanti sono e saranno sempre meno “cittadini”, i servizi carenti o, spesso, sempre più a portata di chi può.

Sì, le città create, trasformate, che quasi mutano pelle rapidamente, assomigliano sempre di più nel modo in cui sono pianificate, governate, amministrate, ad un luogo pensato con logiche che con la finalità pubblica hanno poco a che vedere.

Il bello è che lo scopo di questi interventi, progetti, trasformazioni, normalmente sbandierato dagli artefici – progettisti, finanziatori, innovatori, che quasi sempre coincidono con banche, gruppi di imprese, multinazionali – e rimbalzato con superficiale enfasi dai media, è quello di “riqualificare” o “rigenerare”. Cosa significa realmente nelle scelte fatte, riqualificare? Per chi, da chi? Siamo sicuri che siano queste sole le scelte politiche e le soluzioni a cui chi governa e chi amministra una città debba ricorrere per lavorare ad un obiettivo di città quanto più possibile accessibile e inclusiva? Il mercato? Chi vince e chi resta fuori?

Come e perché accade che le trasformazioni degli spazi urbani in luoghi destinati solo al consumo, anche culturale (difficile criticare qualcosa che viene presentata come “culturale”), si traducano oggi molto spesso ormai anche in sottrazione di spazio e servizi a cittadini, residenti, abitanti. Sapere e capire chi decide delle (nostre) città.

Sono queste domande che dovrebbero interessarci tutti, come abitanti e “cittadini”, anche se scomode, anche se  molti di noi viviamo e usiamo questa città e gli spazi e i luoghi di divertimento, piacere, culturali, che offre, ma avendo consapevolezza che, oltre la facciata, anzi la facciata stessa, quell’estetica che accomuna le città ovunque oggi, è strettamente intrecciata con scelte molto più grandi, politiche, pubbliche, è il volto glamour, creativo, attraente con cui, tendenzialmente e sempre più spesso, le politiche stanno ridisegnando e limitando così, lo spazio pubblico, a misura del capitale. Escludendo via via e in vario modo le persone, gli abitanti che, chi non può.

Tutto questo, il modo in cui le città, interi quartieri, spazi “pubblici” stanno cambiando intorno a noi porta ad interrogarci su una questione: città inclusive o esclusive?

   E’ questo il fil rouge dal quale si sono dipanate e attraversano la riflessione molti argomenti, anche nel corso del dibattito in questo primo incontro pubblico del progetto in progress.

Un punto centrale perché pone lo sguardo avanti, al futuro prossimo che ci riguarda, e a quanto le implicazioni e le conseguenze, visibili e non visibili, sociali, culturali, politiche ed etiche connesse a questo genere di trasformazioni urbane che le caratterizzano in maniera sempre più pervasiva e che sono alla base delle politiche nelle città e delle città, stiano mettendo a serio rischio (in mancanza di un’inversione di rotta dalle politiche e delle scelte/interventi) la stessa tenuta del sistema democratico. Un punto che Giovanni Semi ha, anche questa volta, ben centrato col suo contributo al dibattito sviluppato in occasione dell’iniziativa avviata da Oltre la Crescita. Città che vivono di estrazione di rendita, estetica del patrimonio, arricchimento dalla bellezza e dal passato di una città, trasformazioni e rigenerazioni che in realtà, producendo spazi e città sempre più esclusive, genera sempre più esclusione.

Richard Sennett, inquadrando i processi escludenti che caratterizzano gli spazi urbani sotto la spinta del capitalismo globale, in una recente intervista ha molto efficacemente affermato: “Se l’uomo non è raddrizzabile, oggi ci sono forze in gioco che cercano di farlo con le città, costruendole in modo prescrittivo, dall’alto verso il basso. I cittadini non hanno voce in capitolo e i risultati sono (eticamente) mostruosi.” Quello che è a rischio sempre più è lo spazio pubblico intanto come generatore e luogo, opportunità di e per relazioni umane gratuite e fondate anche sulla diversità dell’incontro, oltre lo spazio del consumo e ancora “la spontaneità delle nostre relazioni con gli altri“.

C’è qui, dentro questa riflessione sui processi di gentrificazione, un’altra domanda ed un concetto che dovremmo provare a scandagliare: quello di qualità di vita nelle e delle città.  Provando ad allargare lo sguardo alla dimensione sociale, ambientale, etica, umana di questo concetto, è altrettanto importante oggi chiederci cosa intendiamo per qualità di vita. E per chi. Quali città desideriamo vivere? Quanto ci rendiamo conto delle conseguenze di queste riqualificazioni  e quanto siamo disposti ad accettare davvero che le città debbano essere accessibili a tutti?

Stefano Portelli ha posto l’accento, con un’enfasi ed una sensibilità evidente, a proposito dell’allontanamento degli abitanti e della comunità di una zona, spesso conseguente a questi processi – portando, solo ad esempio, quanto sta accadendo a Lisbona o Barcellona, città bellissime, vivaci, creative, frizzanti, appunto per questo difficili da “criticare” –  su un aspetto più nascosto o meno esplorato e all’attenzione delle analisi e degli articoli su questi temi, cioè che la gentrificazione è innanzitutto nella nostra mentalità.”.

E’ un qualcosa che riguarda il nostro sentirci a nostro agio, sicuri, in questi luoghi, nelle strade, perché questo genere di novità, di cambiamenti, di riqualificaizoni, in fondo ci rassicurano, ci fan sentire parte quasi di un set continuo, fatto di un insieme di individui simili per gusti, stili di vita, ecc., ma soprattutto perché, senza che magari ne siamo apertamente coscienti, escludono dalla vista quanto non ci fa sentire piacevolmente tranquilli. Desiderio sacrosanto, legittimo? Sì, se non ci interessa vedere o conoscere l’altra faccia di tutto questo. Fatta di perdita progressiva di spazi per le relazioni umane, oltre quelle fondate sul consumare (che fine hanno fatto le panchine, quelle non “acquisite” dai bar ad esempio…?) del tessuto sociale dei luoghi e delle strade a vantaggio di novità anche belle, ma che finiscono con omologare tutto rivestendolo di una patina di ripulito, anche dalle persone che di questo quadro non devono far parte…, i “poveri”, soprattutto gli immigrati, quindi diseguaglianze di accesso, e poi speculazione, estrazione di rendita, ecc.

Questo aspetto credo si intrecci profondamente e dipenda molto oggi nelle nostre società, dalla capacità che ancora abbiamo di essere e di sentirci soprattutto connessi agli altri. Di sentire e di sentire come “comune” il problema delle città che producono e accentuano esclusione sociale a vantaggio solo di chi può e chi genera denaro e consumi. Mi pare questa una chiave di lettura ed una riflessione di fondo da tenere a mente ed essenziale per un cambiamento individuale e collettivo prima di ogni altra fondamentale, urgente azione da intraprendere a livello pubblico e di scelte politiche locali e nazionali che intendano davvero e che siano in grado di giocare il ruolo che spetterebbe loro e restituire le città e i loro spazi a tutti.

Perché, la posta in gioco che passa per il modo in cui le città stanno essendo concepite ovunque, è molto alta e riguarda il futuro della società che stiamo contribuendo a delineare. E l’alternativa a questo genere di politiche, interventi, scelte sulle città non sono città grigie, come si sente spesso controbattere anche sui social nei commenti a questi ragionamenti. Perché una città che accolga diversità, problemi e anche conflitti sociali è normale, è viva e starebbe alla politica ed alle politiche pubbliche intervenire in profondità su più fronti, non sull’estetica degli spazi.

Su questo, giocano infatti un ruolo determinante gli interventi a monte, cioè le scelte legislative che stanno mettendo le basi per tutto questo: una legislazione che ha aperto la strada solo all’economia, con risultati devastanti che vediamo anche intorno a noi. Laddove le regole sono fatte per servire agli investitori e non più i (bisogni dei) cittadini e degli abitanti delle città. Qui Paolo Berdini.  si è particolarmente soffermato. In questo, l’esempio dell’ultimo e dibattutto progetto in cantiere della città degli Emirati Arabi – Neom (Neom, le città del futuro), benchè apparentemente distopico e al contempo direi agghiacciante – ci dà un’idea e ci aiuta a comprendere un trend che è già in essere anche in Europa e da noi in Italia e di cui è possibile leggere già i segnali in diversi aspetti. E riporta al centro anche le domande evidenziate all’inizio: cosa significa realmente nelle scelte fatte, riqualificare? Per chi, da chi? Chi vince e chi resta fuori?

Queste primi ragionamenti aprono a molti altri connessi (che continueremo come associazione ad esplorare), quello del turismo che minaccia, della cosiddetta “fabbrica della cultura”, ma anche delle forme di resistenza e delle esperienze di realtà, persone e soggetti che in forme diverse, stanno reagendo e proponendo una città misura di persone e di cittadini; di come vive e sente la città, a partire da Roma, chi qui sta provando a vivere. Cosa possiamo fare per arginare la tendenza in atto da tempo e sempre più incalzante all’esclusione dai centri urbani (delle persone, degli abitanti meno abbienti, e il ruolo delle politiche locali, o quale genere di occupazione producono queste trasformaziono legate a nuove attività commerciali, ma anche della bellezza consumata e deturpata del paesaggio che attraversa e circonda le nostre città.

Sono tante le questioni aperte e che richiedono risposte e cambi di rotta. Urge mantenere un approccio ed uno sguardo ampio, anche oltre le città in cui viviamo, per cogliere le connessioni e il carattere globale di quanto accade. E, avendo sempre a mente che, come detto, a rischio è la tenuta del sistema democratico, c’è bisogno di  “sentire” il problema come comune.

 

Città a misura d’uomo Locandina(1)

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